Decreto dignità, tra realtà e propaganda

Un decreto legge (i cui requisiti di necessità e urgenza destano più di qualche perplessità) segna il primo passo del nuovo governo costituito dalla Lega e dal Movimento 5 Stelle in materia di politiche del lavoro, un provvedimento che nelle intenzioni del ministro Di Maio dovrebbe restituire "dignità" ai lavoratori, assestando un duro colpo alla precarietà, "licenziando  il Jobs Act". 
In realtà il "decreto dignità" si configura come un provvedimento  che incide esclusivamente su alcuni aspetti di funzionamento del mercato del lavoro, nello specifico sulla regolazione del contratto a tempo determinato e su quella del contratto di somministrazione. Rimangono quindi inalterati tutti gli elementi strutturali del Jobs Act (a iniziare dal contratto a tutele crescenti e dalla modifica dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori), e non si fa fronte al mancato completamento delle politiche attive del lavoro.
E' in particolare la modifica del contratto a tempo determinato ad essere al centro del dibattito pubblico: il "decreto dignità" ha infatti ridotto la durata massima di tale tipologia contrattuale da 36 a 24 mesi, reintroducendo inoltre (attraverso una formulazione piuttosto vetusta) l'obbligo della causali per i contratti che superano il dodicesimo mese. Ovviamente la natura di tale contratto, che prevede e prevedeva, per il periodo della sua durata, tutte le garanzie di dignità (previdenziali e contrattuali) garantite dal contratto a tempo indeterminato, rimane inalterata. 
Le analisi sull'impatto di tali misure, circolate in queste ultime settimane, hanno visto gli esperti pressoché unanimi nel valutarne negativamente le ripercussioni sull'occupazione: l'irrigidimento del meccanismo di ingresso nel mercato del lavoro - attualmente costituito prevalentemente dal contratto a tempo determinato -  non che può che provocare una contrazione delle assunzioni. Gli interventi avrebbero avuto una portata ben differente se fossero stati inseriti in un quadro organico di riforma, il quale avesse previsto, ad esempio, il rafforzamento del contratto di apprendistato (il quale dovrebbe costituire la via maestra per l'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro) e adeguate misure di riduzione del carico fiscale o previdenziale sul contratto a tempo indeterminato, al fine di renderlo più attrattivo e conveniente per i datori di lavoro.
La strada scelta dal Governo è invece quella della propaganda, dei post sui social, delle dichiarazioni ad effetto ai giornalisti, piuttosto che quella dell'analisi e della formulazione di proposte articolate e approfondite, come richiederebbe una materia complessa qual è quella del mercato del lavoro.